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Cosa ci mantiene in salute e felici ?

Nel mese di novembre del 2015, lo psicanalista e Professore di Psichiatria all’Harvard Medical School, Robert Waldinger, presentava nel corso di una conferenza Ted i sorprendenti risultati del vastissimo Studio di Harvard sullo Sviluppo Adulto di cui è l’attuale Direttore.

La felicità dipende dalle relazioni.

Riportiamo sotto al video della conferenza la trascrizione tradotta in italiano.

Quali cose fanno di una vita una buona vita ?

Cosa ci mantiene in salute e felici lungo il corso della vita?

Se adesso tu dovessi investire sul miglior te stesso del futuro, in cosa impiegheresti il tuo tempo e le tue energie?

Una recente indagine sulla Generazione del Nuovo Millennio ha chiesto ai giovani quali fossero gli obiettivi più importanti nella vita e oltre l’80 % ha risposto che l’obiettivo più importante nella vita era diventare ricco. Un altro 50% degli stessi giovani ha risposto che un obiettivo importante nella vita era diventare famoso.

Ci viene detto costantemente che dobbiamo impegnarci sul lavoro, che dobbiamo il meglio di noi stressi e ottenere sempre di più. Abbiamo l’impressione che queste siano le cose di cui dobbiamo preoccuparci per avere una bella vita. Vediamo immagini di vite complete, immagini di come le scelte delle persone influenzano le loro vite, ma quelle immagini sono quasi impossibili da raggiungere. La maggior parte delle cose che conosciamo sulla vita umana le sappiamo chiedendo alle persone di ricordare il passato e, come sappiamo, un giudizio retrospettivo è tutto fuorché obiettivo. Dimentichiamo una grande quantità dei fatti che ci accadono nella vita, e qualche volta la memoria è davvero creativa.

Ma se avessimo l’opportunità di osservare intere vite mentre vengono vissute? Se potessimo studiare le persone dall’adolescenza fino all’età matura per vedere cosa realmente le mantiene felici e in salute?

Noi l’abbiamo fatto. Lo studio di Harvard sullo sviluppo adulto potrebbe essere lo studio più lungo mai effettuato. Per 75 anni, abbiamo seguito la vita di 724 uomini, anno dopo anno, chiedendo del loro lavoro, del loro quotidiano, della loro salute, lungo il percorso delle loro vite senza sapere come le loro storie si sarebbero evolute.

Studi come questi sono estremamente rari. Quasi tutti i progetti di questo tipo decadono nel giro di un decennio perché troppe persone abbandonano la ricerca, o perché finiscono i finanziamenti, o i ricercatori si dedicano ad altri progetti, o muoiono e nessuno va avanti. Ma grazie a una combinazione favorevole e alla perseveranza di diverse generazioni di ricercatori, questo studio è sopravvissuto. Circa 60 dei nostri 724 uomini iniziali sono ancora vivi, stanno ancora partecipando allo ricerca, la maggior parte di loro ha 90 anni. E oggi stiamo iniziando a studiare gli oltre 2 000 bambini di questi uomini. Io sono il quarto direttore di questa ricerca.

A partire dal 1938, abbiamo seguito le vite di due gruppi di uomini. Gli appartenenti al primo gruppo hanno preso parte allo studio mentre erano matricole ad Harvard. Tutti hanno finito gli studi durante la Seconda Guerra Mondiale, e subito dopo la maggior parte è andata in guerra. Il secondo gruppo che abbiamo seguito era un gruppo di ragazzi delle periferie più povere di Boston, ragazzi che sono stati scelti per questa ricerca proprio perché venivano dalle famiglie svantaggiate più problematiche della Boston degli anni ’30. La maggior parte viveva in case popolari, molti senza acqua corrente.

Quando hanno aderito allo studio, a tutti è stato fatto un colloquio. Hanno fatto esami medici. Siamo andati nelle loro case e abbiamo parlato con i loro genitori. E poi questi ragazzi sono diventati adulti che hanno fatto ogni sorta di percorso. Sono diventati operai e avvocati e muratori e medici, uno, Presidente degli Stati Uniti. Alcuni alcolisti. Una piccola parte schizofrenici. Alcuni hanno scalato la piramide sociale dal basso fino alla cima, e altri hanno fatto lo stesso viaggio ma nella direzione opposta.

I fondatori di questo studio mai, nei loro sogni più indomiti, avrebbero potuto immaginare me, oggi, 75 anni dopo, che vi dice che lo studio sta ancora continuando. Ogni due anni, il nostro paziente e scrupoloso staff di ricercatori chiama i nostri uomini e chiede loro se possiamo spedirgli un altro set di domande sulle loro vite.

Molti degli uomini delle periferie di Boston ci chiedono “Perché volete continuare a studiarmi? La mia vita non è così interessante”. I ragazzi di Harvard non ce lo chiedono.

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Per avere un quadro più chiaro di queste vite, non ci limitiamo a inviare questionari. Parliamo con loro in salotto. Prendiamo le cartelle cliniche dai medici. Analizziamo il loro sangue, ne esaminiamo i cervelli, parliamo ai loro figli. Li filmiamo mentre parlano con le loro mogli delle preoccupazioni più grandi. Quando, circa un decennio fa, abbiamo chiesto alle mogli se volessero partecipare allo studio, molte di loro ci hanno detto, “Beh, era ora”.

Quindi cosa abbiamo imparato? Quali lezioni sono racchiuse nelle decine di migliaia di pagine di informazioni che abbiamo generato su queste vite? Le lezioni non riguardano la ricchezza o la fama o il lavorare sempre più sodo. Il messaggio più chiaro che otteniamo da questo studio lungo 75 anni è questo: le buone relazioni ci mantengono felici e più sani. Punto.

Abbiamo imparato tre grandi lezioni in merito alle relazioni. La prima è che le relazioni sociali ci fanno molto bene, e che la solitudine uccide. Risulta che le persone che sono socialmente più connesse alla famiglia, agli amici, alla comunità, sono più felici, più sane fisicamente, e vivono più a lungo delle persone che sono meno connesse. L’esperienza della solitudine risulta essere tossica. Le persone isolate dagli altri più di quanto vorrebbero sono meno felici, la salute peggiora prima nella mezza età, il cervello comincia a cedere prima e vivono vite più brevi rispetto alle persone che non sono sole. Il fatto triste è che anche ora, più di un americano su cinque dice di essere solo.

Sappiamo che ci si può sentire soli in una folla, o in un matrimonio, quindi la seconda grande lezione è che non è solo il numero di amici che si ha, e nemmeno se si vive una relazione stabile o meno, ma è la qualità delle relazioni più strette che importa. Risulta che vivere in mezzo ai conflitti è molto nocivo per la nostra salute. I matrimoni molto litigiosi, ad esempio, senza abbastanza affetto, risultano essere nocivi per la salute, forse più di un divorzio. Vivere circondati da buone relazioni calorose è protettivo.

Una volta che abbiamo seguito i nostri uomini fino agli 80 anni, abbiamo volute visionare di nuovo la loro mezza età per capire se potevamo predire chi sarebbe diventato un ottuagenario felice e in salute e chi invece no. E quando abbiamo messo insieme tutto quello che sapevamo su di loro a 50 anni, non era il loro livello di colesterolo a dirci come sarebbero invecchiati. Era invece il grado di soddisfazione delle loro relazioni. Le persone più soddisfatte delle loro relazioni a 50 anni erano le più in salute a 80. Buone relazioni intime sembrano proteggerci dagli acciacchi della vecchiaia. I nostri uomini e donne più felici della loro vita di coppia ci hanno detto, a 80 anni, che nei giorni di maggiore dolore fisico il loro umore si è mantenuto positivo. Invece, alle persone con relazioni infelici, nei giorni più difficili il dolore è sembrato più forte, ingigantito dal dolore emotivo.

La terza grande lezione sulle relazioni e la nostra salute è che le buone relazioni non proteggono solo il nostro corpo, ma anche il nostro cervello. Risulta che avere una relazione stabile con una persona a 80 anni è protettivo. Risulta che le persone che hanno relazioni in cui sanno di poter contare sull’altro in caso di bisogno, hanno una memoria più acuta per più tempo. Le persone che vivono relazioni in cui sentono di non poter contare sull’altro, sperimentano un declino celebrale più precoce. Le buone relazioni non devono necessariamente essere sempre perfette. Alcune coppie di ottuagenari possono bisticciare un giorno sì e un giorno no, ma finché sentono di poter davvero contare sull’altro quando le cose si fanno difficili quei litigi non scalfiscono per nulla i loro ricordi.

Quindi il messaggio è: le buone relazioni sono positive per la salute e il benessere. È una pillola di saggezza vecchia come il mondo. Perché è così difficile da ottenere e così facile da ignorare? Beh, siamo umani. Ci piace una soluzione rapida, qualcosa da poter ottenere che renda felice la nostra vita e la mantenga così. Le relazioni sono caotiche e complicate e il duro lavoro di prendersi cura della famiglia e degli amici, non è né sexy, né popolare. Dura tutta la vita, non finisce mai. Le persone del nostro studio più felici in pensione erano le persone che hanno lavorato per trasformare i colleghi in nuovi amici. Come la generazione del Nuovo Millennio del nostro recente sondaggio, molti dei nostri uomini sulla soglia dell’età adulta pensavano davvero che fama, fortuna e grandi conquiste fossero quello che dovevano inseguire per avere una vita serena. Ma molte volte in questi 75 anni, il nostro studio ha dimostrato che le persone che se la passavano meglio avevano investito sulle relazioni con la famiglia, gli amici, la comunità.

E voi? Diciamo che avete 25 anni, o 40 o 60 anni. Cosa significa curarsi delle relazioni?

Le possibilità sono praticamente infinite. Può essere semplicemente dedicare più tempo alle persone invece che alla tv, o vivacizzare una relazione spenta facendo qualcosa di nuovo insieme, lunghe passeggiate o uscite serali, o rimettersi in contatto con un familiare che non si sente da anni, perché le comuni faide familiari richiedono un grosso tributo alla persone che tengono il muso.

Vorrei chiudere con una citazione di Mark Twain. Più di un secolo fa, riguardando la sua vita, ha scritto: “La vita è così breve, non c’è tempo per litigi, scuse, rancori, rese di conti. C’è solamente il tempo per amare e solamente un istante, per così dire, per quello”.

Una vita serena è costruita su delle buone relazioni.

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