Home » Medicina sociale » La solitudine, come la sete, la fame, il dolore…

La solitudine, come la sete, la fame, il dolore…

– Ho festeggiato la settimana scorsa i miei 81 anni.

– Con chi li hai festeggiati, Beryl ?

– Nessuno… io…”

Con questo dialogo al telefono tra la Sig.ra Beryl e Alison, il cui lavoro è offrire ascolto agli anziani soli, si apre un articolo molto interessante del New York Times di inizio settembre.

La solitudine al compleanno non è per Beryl una sorpresa, perché è sempre sola, perché non vive con nessuno, perché la conversazione al telefono con Alison è stata la sola volta che ha parlato con qualcuno nell’arco di tutta la settimana.

La solitudine come abitudine… non per questo fa meno male… anzi.

E non consola neanche il fatto – anzi è un dato terribilmente allarmante – che in Inghilterra, come ci ricorda l’articolo, una persona su tre, con più di 65 anni, vive da sola.

La sola SilverLine Helpline, il call-center per cui lavora Alison nelle vicinanze di Londra, riceve più di 10.000 telefonate a settimana da anziani soli. Anziani che cercano di colmare un bisogno fondamentale: il contatto con altre persone.

In Inghilterra si sono resi conto che la solitudine non è solo una brutta compagna ma rappresenta un serio problema di salute pubblica che merita fondi speciali e l’attenzione di tutto il Paese.

Da qualche anno si sono moltiplicati i programmi pubblici che mirano a affievolire il sentimento di solitudine. I vigili del fuoco sono addestrati a sorvegliare le abitazioni non solo per evitare incendi ma anche per rilevare segni di isolamento sociale.

Come afferma il fondatore di “The Campaign to End Loneliness” (La campagna per metter fine alla solitudine), “il problema della solitudine deve essere all’attenzione di tutti” perché, come evidenziano numerose ricerche, la solitudine è associabile alle patologie fisiche e al declino funzionale e cognitivo delle persone. La solitudine appare sempre più come un predittore di morte prematura, addirittura più forte rispetto all’obesità.

logoCampaignendloneliness

La Dott.ssa Dr. Carla M. Perissinotto , geriatra all’Università della California sostiene che combattere la solitudine degli anziani rappresenta un dovere non solo medico ma anche etico. Non si può ignorare il sentimento di solitudine e di marginalizzazione che vivono ormai tantissimi anziani.

Le statistiche parlano chiaro e lanciano un grido di allarme:

  • in Inghilterra e negli Stati Uniti circa un terzo delle persone con più di 65 anni vive da solo.
  • negli Stati Uniti metà delle persone di 85 anni vive da sola

soltudine

Se, come già avviene in Inghilterra, la solitudine è diventata un problema di interesse pubblico, è anche grazie all’aumento delle ricerche scientifiche che cercano di capirne i meccanismi biologici. In uno studio, pubblicato sulla rivista Cell nel 2016, degli neuroscienziati del Massachussets Institute of Technology hanno identificato un’area del cervello che pensano sia la parte che genera il sentimento di solitudine. Questa regione, chiamata D. R. N., dalle iniziali del nome di questa parte del cervello, i Nuclei Dorsali del Rafe, era conosciuta come l’area collegata alla depressione.

L’équipe diretta dalla Dott.ssa Kay M. Tye ha notato che quando i topi condividono una gabbia, i loro neuroni dopamina dell’area D. R. N. restano tendenzialmente inattivi mentre se gli stessi topi restano isolati per un breve periodo (circa 24 ore) l’attività dei loro neuroni dopamina aumenta improvvisamente nel momento in cui sono rimessi in gabbia con altri topi.

 

 

John T. Cacioppo, Professore di Psicologia all’Università di Chicago e Direttore del Center for Cognitive and Social Neuroscience, studia la solitudine da più di 20 anni e afferma che la solitudine rappresenta un segnale d’ansia così come lo sono la sete, la fame o il dolore. “Negare che ci si sente soli non ha senso perché sarebbe come voler negare che si ha fame quando si ha fame”.

Ma la parola ‘solitudine’ evoca immediatamente immagini e pensieri negativi: fragilità sociale, incapacità o difficoltà a restare autonomi e si ha tendenza a non volerne parlare.

Lo dimostrano anche le tante telefonate che riceve The Silver Line in cui le persone chiamano chiedendo le informazioni o i consigli più disparati (che ore sono? come si cucina questo piatto?). E solo raramente si ha la forza di parlare apertamente di solitudine.

La maggior parte delle volte la telefonata si trasforma in un benefico racconto della vita passata, un album dei ricordi che si ha voglia e bisogno di condividere con qualcuno.

Se l’iniziativa della Silver Line è da lodare non bisogna però dimenticare che le telefonate possono ridurre solo temporaneamente il sentimento di solitudine ma non risolvere i problemi causati dalla solitudine cronica.

Nella sua ricerca, il Professor Cacioppo ha mostrato quanto la solitudine incida su molte funzioni chiave del corpo, almeno in parte attraverso la sovrastimolazione delle risposte corporee allo stress. Come sottolinea nella sua ricerca, la solitudine cronica è associata all’aumento dei livelli di cortisolo, uno degli ormoni più importanti dello stress, all’aumento della resistenza vascolare, la quale può causare un aumento della pressione sanguigna e una diminuzione dell’apporto di sangue agli organi vitali. Inoltre, i segnali di pericolo che la solitudine attiva nel cervello hanno degli effetti sulla produzione dei globuli bianchi e rischiano quindi di danneggiare la possibilità del sistema immunitario di combattere le infezioni.

Leggi anche

isolamento

L’isolamento sociale uccide più dell’obesità e del fumo

La solitudine degli anziani ha diverse radici che andrebbero studiate in modo approfondito se si vuole intervenire efficacemente per proteggere e sostenere le persone negli ultimi anni della loro vita.

Commenta