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L’isolamento sociale uccide più dell’obesità e del fumo

Nel corso degli ultimi anni, l’associazione Ryder Italia Onlus ha preso in carico sempre più pazienti che chiedono di essere assistiti a domicilio nonostante siano completamente soli. Molti di questi malati, forse proprio per la loro solitudine, sono consci della loro particolare situazione ed anche quando le loro condizioni peggiorano gravemente chiedono di morire nel proprio letto, spesso rifiutando il ricovero in un hospice e ancor più in un ospedale.

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Se è vero che morire è una cosa triste è ancor più triste quando questo avviene in completa solitudine. Come ci ricorda un articolo recente apparso sul New York Times, in tutto il mondo è notevolmente aumentato il numero di persone che vive da solo. Il sociologo americano Eric Klinenberg ha pubblicato un libro intitolato “Going Solo” che descrive questo fenomeno sociale che sta sconvolgendo la società moderna.

È purtroppo raro che i medici si chiedano se il quadro di solitudine di un paziente è una semplice circostanza sfortunata o se non è invece proprio una delle cause dell’insorgenza delle sue patologie o uno dei motivi di peggioramento della fase finale di una grave malattia.

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Da anni ormai si discute sui determinanti sociali delle malattie, ovvero quei fattori come le condizioni economiche, la rete sociale, il livello culturale e la religione, considerati come elementi fondamentali nell’insorgenza e nel decorso di numerose patologie. Tra tutti questi fattori, la solitudine è troppo spesso un aspetto sottovalutato. È naturale pensare che la comparsa delle varie patologie dipenda soprattutto da fattori genetici e da scelte individuali che spesso rappresentano le uniche cause sulle quali si concentra l’interesse dell’ambiente medico nel tentativo di migliorare lo stato di salute di una popolazione. In verità, l’intervento dovrebbe essere più complesso come dimostrano i numerosi libri usciti negli ultimi anni su questo argomento.

Ci soffermeremo qui solo sul problema della rete sociale presente intorno ad un malato.

La solitudine può colpire chiunque. Prendiamo l’esempio di un giovane abbandonato da amici e conoscenti mentre lotta con la dipendenza da oppioidi o quello di una donna anziana sola e povera, che non può pagarsi una badante e che spesso non riesce a mangiare perché nessuno fa la spesa o bada alla pulizia del suo appartamento. L’Isolamento sociale è un’epidemia crescente che sembra avere conseguenze fisiche, mentali ed emotive disastrose. Dal 1980 ad oggi, negli Stati Uniti, la percentuale di adulti americani che affermano di essere soli è raddoppiata dal 20 al 40%.

Circa un terzo degli americani, con un’età superiore a 65 anni, vive da solo. Sopra gli 85 anni la percentuale sale fino al 50%.

Vediamo cosa avviene nel nostro paese: da anni l’Istat rileva il forte aumento delle famiglie composte da una sola persona. Il censimento certifica che una famiglia su tre è costituita da un unico membro e che in alcune aree questa realtà riguarda oltre 4 famiglie su 10. Molte di queste “monofamiglie” sono costituite da vedovi (nell’82% dei casi sono donne e il numero dei vedovi  è in continuo aumento considerato l’incremento dell’età anagrafica della popolazione) che sfiorano i 5 milioni. Ma moltissimi sono anche i separati o i divorziati, quasi raddoppiati negli ultimi 10 anni: da un milione e mezzo a quasi 2 milioni e 700 mila.

Ma quali sono le persone che più si lamentano della loro solitudine?

Soprattutto chi ha una salute compromessa, e in particolare i malati con disturbi dell’umore, ansia e depressione. Recenti ricerche hanno dimostrato che l’isolamento sociale è in generale nocivo sopratutto per gli anziani. Le persone che non hanno una rete di supporto presentano disturbi del sonno, diminuzione delle difese immunitarie, presentano un maggior numero di processi infiammatori, un aumento degli ormoni dello stress ed un maggior rischio di  malattie cardiache ed ictus. La solitudine può accelerare il declino cognitivo negli anziani e gli individui isolati presentano una probabilità doppia di morire prematuramente rispetto agli individui con una buona rete sociale.

La solitudine rappresenta un fattore fondamentale di rischio di morte precoce come l’obesità ed il fumo.

La solitudine degli anziani ha diverse radici che andrebbero studiate in modo approfondito se si vuole intervenire efficacemente per proteggere e sostenere le persone negli ultimi anni della loro vita.

Secondo alcuni epidemiologi, i comuni o i servizi pubblici e le comunità di base dovrebbero monitorare le persone anziane sole ed adottare misure per ridurre l’isolamento sociale: per esempio facilitando l’accesso ai mezzi di trasporto con sconti o servizi e facilitare le interazioni sociali. Tutte le persone anziane religiose dovrebbero essere incoraggiate a frequentare le varie funzioni, in modo da mantenere vivo il senso di spiritualità e di comunità e ricevere un aiuto dalla comunità dei fedeli.

Quando è possibile, bisognerebbe incoraggiare le persone sole ad avere un animale da compagnia e a chiedere l’aiuto dei vicini o dei condomini.

In tutto il mondo esistono numerosi esempi di attività nate direttamente all’interno delle varie comunità per cercare di arginare il fenomeno della solitudine sociale. Nei prossimi articoli cercheremo di descrivervi alcune di queste esperienze nella speranza che si possano creare attività simili anche nel nostro paese.

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